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All auctions / Arts & Graphics / Flusso piegato, 1973 - Alfonso Leoni (Faenza, 1941 - Rimini, 1980)

Flusso piegato, 1973 - Alfonso Leoni (Faenza, 1941 - Rimini, 1980)
57d 12hITArt La Rosa

Flusso piegato, 1973 - Alfonso Leoni (Faenza, 1941 - Rimini, 1980)

Flusso piegato, 1973 - Alfonso Leoni (Faenza, 1941 - Rimini, 1980)

paintings antiques Maiolica trafilata e smaltata in bruno dorato cm 10 x 10 x 27 La sua vita è strettamente legata alla città in cui visse a partire dagli studi presso l’Istituto d’Arte Ballardini, in cui dal 1961 divenne docente di Arti Plastiche. Fondamentale fu il rapporto con Angelo Biancini - conosciuto prima come maestro e del quale divenne collaboratore - che lo spronò e lo sostenne nell’intraprendere la carriera artistica. Quello con Faenza, fu un rapporto di amore e odio: molti erano gli stimoli che ricavava da questa città, ma allo stesso tempo si sentiva limitato nelle sue possibilità, tanto da cercare altre strade come, in ultimo, la collaborazione con l’industria Villeroy & Boch. La Germania non tardò a riconoscere il suo talento: la Villeroy fornì a Leoni un atelier con assistenti per realizzarne le idee; di pari passo si aprirono le porte per altre collaborazioni e mostre all’estero.Il cammino di Leoni, fu tutt’altro che semplice a partire dal coraggio con cui manifestava le proprie idee politiche: aderì al Partito Comunista in una città tradizionalmente “bianca” e in un’epoca ricca di conflitti.Nonostante i molti riconoscimenti ricevuti - tra cui i Primi Premi ai Concorsi di Cervia (1966), di Gualdo Tadino (1965, 1966, 1975), di Rimini (1967), di Faenza (1976) a cui partecipò assiduamente dal 1964 al 1980 -, la sua attività fu un continuo ricercare nuovi stimoli e sperimentare linguaggi diversi. La sua sete di conoscenza lo portò ad intraprendere numerosi viaggi e a tenersi continuamente aggiornato su quanto succedeva non solo nel campo delle arti visive, ma anche nelle altre espressioni artistiche, compreso il mondo della moda. Quest’animo sempre in movimento lo portò a discostarsi dalla realtà in cui era cresciuto, ciecamente legata al mondo della tradizione ceramica. Come ha avuto modo di considerare Gian Carlo Bojani, a Faenza negli anni ‘70-80 era evidente il legame con una fattualità di tipo orientale basata sulla ricerca di perfezione, di smalti esclusivi, di forme essenziali, di legami con la natura. Leoni usava materiali di tutti i tipi, ritagliava, strappava, assemblava, distruggeva, metteva in gioco il proprio corpo, cercava l’impossibile, l’impensabile anche affidandosi al caso. Carta, legno, bronzo, plastica, marmo, ferro e metalli preziosi, vetro, ma all’apice di tutto era sempre la ceramica. Al culmine di ogni sua ricerca, qualsiasi fosse il supporto utilizzato, Leoni raggiungeva sempre una nuova espressione attraverso il materiale fittile. Questo continuo ricominciare daccapo, infatti, non lo condusse mai a voltare le spalle alle sue origini e fu basilare per le sue sculture il rapporto coltivato negli anni con il torniante faentino Manlio Tassinari. Tale modo di operare lo portò ad essere apprezzato dalla critica e a prendere parte ad eventi di grande portata: personale nell’ambito del Convegno Internazionale dei Critici e Studiosi d’Arte (Rimini 1965); mostra ad invito della società degli Artisti Polacchi (Cracovia 1968); Triennale di Milano (1968); personali in Canada (Ottawa 1968, Montreal 1969); collettiva al Victoria & Albert Museum (Londra 1972); Quadriennale d’Arte di Roma (1975).Di rilievo anche il suo apporto in interventi di arredo urbano e in edifici pubblici: Università di Bologna Facoltà di Matematica (1970, arch. Michelucci); Santuario del Bambino Gesù di Praga ad Arenzano (GE); Ospedale Civile di Codigoro (FE); arredo da giardino Alfonsine (RA); Scuola elementare di Bagnacavallo (RA); Sedi provinciali INPS di Verona e di Roma; Ospedale Civile di Faenza; Cimitero dell’Osservanza di Faenza.Le opere di Alfonso Leoni si trovano, fra l’altro: Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza; Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia a Roma; Museo d’Arte Moderna di Kyoto (Giappone); Centro di Ricerche “Pio Manzù” a Verucchio (RN); Collezione Cidonio a Marina di Pietrasanta (LU). Leoni non va letto solo sotto il profilo dell’artista: nell’ultimo decennio della sua vita si evidenziò sempre di più la sua determinazione come designer. Ciò che lo affascinava era poter diffondere i propri progetti e di conseguenza le proprie idee al grande pubblico. Lo fece sempre con quel piglio provocatorio che lo contraddistingueva, basti pensare alla piastrella “rovesciata” e smaltata, realizzata per le Maioliche Faentine e premiata con la Medaglia d’oro ENAPI al Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte di Faenza (1975). Abbiamo già detto del rapporto con la Villeroy & Boch, preceduto appunto da quello con le Maioliche Faentine e a cui avrebbe fatto seguito quello con la Rosenthal di Selb, sempre in Germania, purtroppo stroncato sul nascere dall’incedere della malattia. Il design entrò anche nelle sue sculture quando frammenti di stoviglieria in porcellana trovarono nuova vita in “ciotoloni”, questa volta ricavati da piatti, oppure nei pannelli (Medaglia d’oro del Presidente della Camera al Concorso Internazionale di Faenza, 1976) ricavato dalla ricomposizione di piastrelle frammentate. Maiolica trafilata e smaltata in bruno dorato, cm 10 x 10 x 27, La sua vita è strettamente legata alla città in cui visse a partire dagli studi presso l’Istituto d’Arte Ballardini, in cui dal 1961 divenne docente di Arti Plastiche. Fondamentale fu il rapporto con Angelo Biancini - conosciuto prima come maestro e del quale divenne collaboratore - che lo spronò e lo sostenne nell’intraprendere la carriera artistica. Quello con Faenza, fu un rapporto di amore e odio: molti erano gli stimoli che ricavava da questa città, ma allo stesso tempo si sentiva limitato nelle sue possibilità, tanto da cercare altre strade come, in ultimo, la collaborazione con l’industria Villeroy & Boch. La Germania non tardò a riconoscere il suo talento: la Villeroy fornì a Leoni un atelier con assistenti per realizzarne le idee; di pari passo si aprirono le porte per altre collaborazioni e mostre all’estero.Il cammino di Leoni, fu tutt’altro che semplice a partire dal coraggio con cui manifestava le proprie idee politiche: aderì al Partito Comunista in una città tradizionalmente “bianca” e in un’epoca ricca di conflitti.Nonostante i molti riconoscimenti ricevuti - tra cui i Primi Premi ai Concorsi di Cervia (1966), di Gualdo Tadino (1965, 1966, 1975), di Rimini (1967), di Faenza (1976) a cui partecipò assiduamente dal 1964 al 1980 -, la sua attività fu un continuo ricercare nuovi stimoli e sperimentare linguaggi diversi. La sua sete di conoscenza lo portò ad intraprendere numerosi viaggi e a tenersi continuamente aggiornato su quanto succedeva non solo nel campo delle arti visive, ma anche nelle altre espressioni artistiche, compreso il mondo della moda. Quest’animo sempre in movimento lo portò a discostarsi dalla realtà in cui era cresciuto, ciecamente legata al mondo della tradizione ceramica. Come ha avuto modo di considerare Gian Carlo Bojani, a Faenza negli anni ‘70-80 era evidente il legame con una fattualità di tipo orientale basata sulla ricerca di perfezione, di smalti esclusivi, di forme essenziali, di legami con la natura. Leoni usava materiali di tutti i tipi, ritagliava, strappava, assemblava, distruggeva, metteva in gioco il proprio corpo, cercava l’impossibile, l’impensabile anche affidandosi al caso. Carta, legno, bronzo, plastica, marmo, ferro e metalli preziosi, vetro, ma all’apice di tutto era sempre la ceramica. Al culmine di ogni sua ricerca, qualsiasi fosse il supporto utilizzato, Leoni raggiungeva sempre una nuova espressione attraverso il materiale fittile. Questo continuo ricominciare daccapo, infatti, non lo condusse mai a voltare le spalle alle sue origini e fu basilare per le sue sculture il rapporto coltivato negli anni con il torniante faentino Manlio Tassinari. Tale modo di operare lo portò ad essere apprezzato dalla critica e a prendere parte ad eventi di grande portata: personale nell’ambito del Convegno Internazionale dei Critici e Studiosi d’Arte (Rimini 1965); mostra ad invito della società degli Artisti Polacchi (Cracovia 1968); Triennale di Milano (1968); personali in Canada (Ottawa 1968, Montreal 1969); collettiva al Victoria & Albert Museum (Londra 1972); Quadriennale d’Arte di Roma (1975).Di rilievo anche il suo apporto in interventi di arredo urbano e in edifici pubblici: Università di Bologna Facoltà di Matematica (1970, arch. Michelucci); Santuario del Bambino Gesù di Praga ad Arenzano (GE); Ospedale Civile di Codigoro (FE); arredo da giardino Alfonsine (RA); Scuola elementare di Bagnacavallo (RA); Sedi provinciali INPS di Verona e di Roma; Ospedale Civile di Faenza; Cimitero dell’Osservanza di Faenza.Le opere di Alfonso Leoni si trovano, fra l’altro: Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza; Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia a Roma; Museo d’Arte Moderna di Kyoto (Giappone); Centro di Ricerche “Pio Manzù” a Verucchio (RN); Collezione Cidonio a Marina di Pietrasanta (LU). Leoni non va letto solo sotto il profilo dell’artista: nell’ultimo decennio della sua vita si evidenziò sempre di più la sua determinazione come designer. Ciò che lo affascinava era poter diffondere i propri progetti e di conseguenza le proprie idee al grande pubblico. Lo fece sempre con quel piglio provocatorio che lo contraddistingueva, basti pensare alla piastrella “rovesciata” e smaltata, realizzata per le Maioliche Faentine e premiata con la Medaglia d’oro ENAPI al Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte di Faenza (1975). Abbiamo già detto del rapporto con la Villeroy & Boch, preceduto appunto da quello con le Maioliche Faentine e a cui avrebbe fatto seguito quello con la Rosenthal di Selb, sempre in Germania, purtroppo stroncato sul nascere dall’incedere della malattia. Il design entrò anche nelle sue sculture quando frammenti di stoviglieria in porcellana trovarono nuova vita in “ciotoloni”, questa volta ricavati da piatti, oppure nei pannelli (Medaglia d’oro del Presidente della Camera al Concorso Internazionale di Faenza, 1976) ricavato dalla ricomposizione di piastrelle frammentate. Nonostante i molti riconoscimenti ricevuti - tra cui i Primi Premi ai Concorsi di Cervia (1966), di Gualdo Tadino (1965, 1966, 1975), di Rimini (1967), di Faenza (1976) a cui partecipò assiduamente dal 1964 al 1980 -, la sua attività fu un continuo ricercare nuovi stimoli e sperimentare linguaggi diversi. La sua sete di conoscenza lo portò ad intraprendere numerosi viaggi e a tenersi continuamente aggiornato su quanto succedeva non solo nel campo delle arti visive, ma anche nelle altre espressioni artistiche, compreso il mondo della moda. Quest’animo sempre in movimento lo portò a discostarsi dalla realtà in cui era cresciuto, ciecamente legata al mondo della tradizione ceramica. Come ha avuto modo di considerare Gian Carlo Bojani, a Faenza negli anni ‘70-80 era evidente il legame con una fattualità di tipo orientale basata sulla ricerca di perfezione, di smalti esclusivi, di forme essenziali, di legami con la natura. Leoni usava materiali di tutti i tipi, ritagliava, strappava, assemblava, distruggeva, metteva in gioco il proprio corpo, cercava l’impossibile, l’impensabile anche affidandosi al caso. Carta, legno, bronzo, plastica, marmo, ferro e metalli preziosi, vetro, ma all’apice di tutto era sempre la ceramica. Al culmine di ogni sua ricerca, qualsiasi fosse il supporto utilizzato, Leoni raggiungeva sempre una nuova espressione attraverso il materiale fittile. Questo continuo ricominciare daccapo, infatti, non lo condusse mai a voltare le spalle alle sue origini e fu basilare per le sue sculture il rapporto coltivato negli anni con il torniante faentino Manlio Tassinari. Tale modo di operare lo portò ad essere apprezzato dalla critica e a prendere parte ad eventi di grande portata: personale nell’ambito del Convegno Internazionale dei Critici e Studiosi d’Arte (Rimini 1965); mostra ad invito della società degli Artisti Polacchi (Cracovia 1968); Triennale di Milano (1968); personali in Canada (Ottawa 1968, Montreal 1969); collettiva al Victoria & Albert Museum (Londra 1972); Quadriennale d’Arte di Roma (1975).Di rilievo anche il suo apporto in interventi di arredo urbano e in edifici pubblici: Università di Bologna Facoltà di Matematica (1970, arch. Michelucci); Santuario del Bambino Gesù di Praga ad Arenzano (GE); Ospedale Civile di Codigoro (FE); arredo da giardino Alfonsine (RA); Scuola elementare di Bagnacavallo (RA); Sedi provinciali INPS di Verona e di Roma; Ospedale Civile di Faenza; Cimitero dell’Osservanza di Faenza.Le opere di Alfonso Leoni si trovano, fra l’altro: Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza; Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia a Roma; Museo d’Arte Moderna di Kyoto (Giappone); Centro di Ricerche “Pio Manzù” a Verucchio (RN); Collezione Cidonio a Marina di Pietrasanta (LU). Leoni non va letto solo sotto il profilo dell’artista: nell’ultimo decennio della sua vita si evidenziò sempre di più la sua determinazione come designer. Ciò che lo affascinava era poter diffondere i propri progetti e di conseguenza le proprie idee al grande pubblico. Lo fece sempre con quel piglio provocatorio che lo contraddistingueva, basti pensare alla piastrella “rovesciata” e smaltata, realizzata per le Maioliche Faentine e premiata con la Medaglia d’oro ENAPI al Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte di Faenza (1975). Abbiamo già detto del rapporto con la Villeroy & Boch, preceduto appunto da quello con le Maioliche Faentine e a cui avrebbe fatto seguito quello con la Rosenthal di Selb, sempre in Germania, purtroppo stroncato sul nascere dall’incedere della malattia. Il design entrò anche nelle sue sculture quando frammenti di stoviglieria in porcellana trovarono nuova vita in “ciotoloni”, questa volta ricavati da piatti, oppure nei pannelli (Medaglia d’oro del Presidente della Camera al Concorso Internazionale di Faenza, 1976) ricavato dalla ricomposizione di piastrelle frammentate

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